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Babele, la condanna perfetta

Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro possibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. (Gen. 11, 1-9)

Dopo una lunga riflessione sono (quasi) certo di non essere in preda al delirio mistico.

Sono inscatolato dentro una delle macchine volanti a basso costo e stretto spazio, sto leggendo le parole dell’attuale assessore al Turismo della Regione Sicilia. Quest’uomo, che considero inestimabile, oltre a raccontare le solite, ottime cose, chiude citando la Torre di Babele, simbolo del momento italico. “Babele è una condanna” dice, altro che simbolo del multilinguismo.

Rimango inchiodato alla strettissima poltrona volante. Il mio vicino sonnecchia e sbalza. Io sbalzo e basta. “Babele è una condanna” rimbomba come i motori, fischia resistente come un flap aperto. Nessuna corpulenta e turchesissima hostess che cerca di vendermi improbabili gratta e vinci riesce a scrollarmi dalla testa questa idea: siamo condannati a non capirci.

Una volta al suolo, cerco bytes biblici e trovo conferma: Dio o chi per lui (cit.) ci ha condannato all’incomprensione reciproca.

Adesso mi spiego perchè sono mesi, forse anni, che non ci capisco più nulla: parliamo la stessa lingua, probabilmente vogliamo tutti le stesse cose, ma non sappiamo come dircelo, non siamo capaci di comprendere, siamo confusi. Naturali, convenzionali, puzze e profumi, complessità e semplicità, cambiamenti e caste, grilli e stelle. Tutto si mischia, tutto ha un senso, ma nessuno può capirlo.

Che invenzione questa Babele, che condanna perfetta.

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