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Un "Amarone" sulla sponda sinistra della Gironda di Daniele Tincati

VdT de France – Planquette – Didier Michaud s.a. (2003)
Due ettari di vigna, attorno a casa, sono il regno di Didier Michaud, vigneron di una delle maggiori zone mondiali dell’industria del vino: Bordeaux. Là dove esistono colossi da 400.000 bottiglie all’anno, vendute a prezzi esorbitanti en primeur, e tenute da oltre 100 ettari vitati, ci sono anche piccole realtà, cocciutamente attaccate a quei fazzoletti di terra, ereditati da generazioni, che varrebbero un patrimonio, se venduti ai grandi gruppi padroni dell’estuario della Gironda. Lui, Didier, e la moglie Catherine, si ostinano a produrre piccole quantità di vino in modo naturale, secondo i dettami dell’agricoltura biologica, andando ancora controcorrente. Il vino, l’unico, come vuole la tradizione, sosta a lungo nelle piccole botti di rovere, rigorosamente francese. Il tempo di sosta non è prefissato, Didier assaggia e dicide il momento dell’imbottigliamento, quando sente che il vino è pronto, normalmente dopo 18-20 mesi, ma capita, come nel 2003, che la sosta si sia prolungata sino a quasi 30 mesi. “Mi raccomando, aprilo almeno 2 ore prima e versalo nel decanter, ha bisogno di ossigenarsi” mi disse, e così ho fatto. Versandolo nel bicchiere colpisce il riflesso brillante di luce rubino, un rubino profondissimo, sanguigno, con riflessi porpora, quasi fosse un lambruscone reggiano. Scivola lentamente nel bicchiere, lasciando le pareti colorate, e gli archetti si fanno attendere per poi scendere fittissimi, lentamente, a più riprese. Al naso ecco quella ciliegia matura e sotto spirito, che ricorda molto la Valpollicella, e le note eteree, unite al cioccolato che fondendosi, portano all’inconfondibile profumo dei boeri. Poi, a seguire, note balsamiche, caffè, speziature dolci e piccanti. Il sorso è consistente, debordante, ma sorprendentemente fresco ed invitante. I tannini sono setosi e fittissimi, di grande qualità. La persistenza ricorda il lento scivolare del vino sul bicchiere, colorata come lui, da quei profumi già trovati in precedenza. Il richiamo và dritto ad un assaggio recente, ben fisso nella memoria, un ottimo Amarone di Michele Castellani, proprio annata 2003. Le differenze sono poche, forse qualcosa sulla morbidezza, a favore dell’ultimo, ma mi sbilancerei nel dire che il vino di Didier sarà più longevo perchè decisamente fresco. E pensare che ha dovuto stampare un’etichetta apposita, visto che le ristrettezze del disciplinare e gli ispettori dell’INAO, non gli hanno consentito di utilizzare il nome Chateau Planquette e la denominazione Medoc, forse per via di quel 15% di alcol che da noi è ormai all’ordine del giorno. Ma, con i 13 euro che ho speso, in Valpollicella ci compravo un Ripasso mediocre, Didier mi ha regalato un autentico “Amarone” del Medoc.
Daniele è un amico, una Umana Enciclopedia Enologica d’Oltralpe, un sommelier. Lo ringrazio per aver messo nero su bianco per me, uno dei suoi tanti, forse troppi, assaggi.

IGT (Vermentino di) Maremma Toscana – Ariento – Massa Vecchia 2007

Beh vabbè … questo è un vermentino bellissimo. C’è poco da dire. Categoria “vino senza filtrazioni & poca solforosa”, è un piccolo racconto. Innanzitutto le vigne che respirano mare senza vederlo troppo da vicino e poi il vitigno, quel vermentino toscano, o meglio, maremmano, con la sua spalla ossuta e prepotente.
Il colore è quello dei vini fatti così: il giallo d’orzo velato ma luccicoso, birroso, tanto estratto e nessuna filtrazione. L’onda è compatta, gli archi pigri sul bicchiere, niente male, a me piacciono tanto i vini che si muovono così.
L’olfattivo è interessantissimo. Le bucce sono state là per tutta la fermentazione, e si sente. Nessun difetto, ma tanta forza. Netta la nota minerale e quasi terrosa, umida. Poi la frutta  dolce ma non troppo: pesca e tanto melone bianco su tutto. Infine una nota quasi balsamica, un unguento tirrenico miracoloso e profumatissimo. Non so esattamente cosa sia, ma va benissimo così.
Il sorso è uno spettacolo. Dritto, pieno, una freschezza solida e pulita, piena, accompagna una polposità mica da scherzare. Bellissima la nota sapida, iodata, un deciso apostrofo salmastro, che non peggiora di una virgola l’equilibrio estremista del bicchiere, anzi lo arricchisce enormemente. Una nota di merito per Mr. Alcol; sta lì, c’è, ma è davvero un signore gentile e garbato, perfetto accompagnatore.
A me è piaciuto davvero tanto.

Voto_8.6 

p.s. ringrazio il puntofermo Stefano Caffarri per avermi comunicato lo sdegno che ha suscitato in lui l’aggettivo “iodato”. In effetti è proprio brutto, per la serie “sbagliando si impara”.

IGT Rosso dell’Emilia – Moro del Moro – Rinaldini 2004

Bottigliona mica da poco questa, da quel di S. Ilario d’Enza, già terra reggiana. Poi dicono che da queste parti sanno fare solo il lambrusco. In effetti il blendone, fatto davvero perbene da Rinaldini, di cultura lambruschista ne ha da vendere: il pinot noir si incastra con ancellotta e pjcol ross (il peduncolo rosso di reggiana stirpe). Si raccoglie tardi e poi si fa sovrammaturare in fruttaio. Insomma, già il progetto enologico affascina e merita tanta stima.
Il risultato è certamente sorprendente. Carattere da vendere, tanto da obbligarmi, un pò confuso, a sfoderare un decanterino per un passaggio veloce perchè al naso, inizialmente, la botta è stata forte e poco rassicurante. Lo so, lo so, il bellissimo quanto difficilissimo-da-pulire oggetto in questione non si usa per questi biechi scopi ossigenativi ma … per me è come la coperta di Linus, la mia Animula vagula blandula (cit. di cit.) necessita, e spesso, di rassicurazioni.
Operata la blasfemia, i conti mi sono tornati subito. Colore davvero bello, un rubino cupissimo, fitto, estrattissimo, bordo che si fa corallo antico, consistenza concreta che abbraccia il vetro disegnando belle coreografie. Il naso è davvero un’esplosione di confetture scure e polpose: prugna su tutto, il fico maturo, il lampone conservato. Poi l’autunno: fogliame, radici, chiodini, l’umido buono. Poi la drogheria: pepe scuro, cannella, una noce profumata. Poi lo spirito: ciliegioni neri neri alcolizzati, di quelli in barattolo, che mangi uno dopo l’altro e che ti piegano, inesorabilmente, le ginocchia. Insomma, un naso che definire strepitoso è poca roba.
Il sorso è bello panciuto, meno alcolico e fruttoso di quanto mi sarei aspettato. Anzi, si muove con una certa eleganza, la bevibilità è più che sufficente considerato tutto l’estratto che si porta dietro, tannini ingentiliti, freschezza che tiene ancora, senza far presagire però, evoluzioni roccambolesche. Gran bel vino. 
Voto_8.5

DOC Vermentino di Sardegna – Arvali – Ferruccio Deiana 2008

Seguo Ferruccio Deiana da tempo (fine anni 90), l’ho visto sviluppare, di anno in anno, la qualità dei prodotti. Deiana ha sempre pensato che quelle uve, su quel territorio, potessero rendere in cantina molto bene. Ergo, buona e corretta tecnologia enologica, strumenti semplici ma avanzati, come ad esempio le sue gloriose vasche di inox a temperatura supercontrollata (ma non troppo) o la macchina pigiatrice più all’avanguardia e delicata che abbia mai avuto modo di vedere.
Arvali è il suo Vermentino di Sardegna top, uve molto mature, raccolta fatta davvero tardi. Giallo molto dorato, ha una consistenza al bicchiere che entusiasma, è brillante.
Naso forte, d’impatto, la frutta matura che spinge, le piccole pesche gialle, il melone zuccheroso, ancora frutta dolce. Bouquet stemperato da una nota minerale netta, presente sempre, una bellissima tavola su cui si (di)stende ogni accoppiamento e riconoscimento olfattivo.
La bocca ha grande pienezza, l’alcol forse accompagna troppo, o per troppo tempo, il sorso, ma il bicchiere conserva sempre e comunque un suo equilibrio estremo. A me piace molto.
Belli i vini di Deiana, interessante in particolare l’Arvali perchè rappresenta un bell’esercizio per i vermentinologi come me (!!): un Sardegna che si posiziona, per alcolicità, pienezza e dolcezze nasali, alla pari di un buon Gallura, mostrando che le spalle sono solide ed i muscoli luccicanti.

Voto_7.8

Champagne – Brut Carte d’Or – Autrèau Lasnot s.a.

Non male questa bottiglietta natalizia.
Tra le migliaia di miliardi di hl che ho trangugiato tra il 20 ed il 31 dicembre dell’ormai defunto venti&dieci, questo champagnino base mi ha piacevolmente colpito.
Il medio-piccolo vignaiolo indipendente di Venteuil (a pochi km ad est da Epernay), produce questo brut Carte d’Or base con una certa grazia leggera. Fine e non troppo spinto, come piacciono a me.
Bello il colore, un paglia brillante, bella la spuma veloce, la bolla è calibrata, fine, persiste e resiste a lungo.
Naso come-te-lo-aspetti, un po meraviglia la croccantezza della pera, piacevolissima la nota agrumata all’arancia, in fondo sento una nota fresca, quasi silvestre. Quasi nulle le sensazioni minerali.
La bocca riserva, a mio parere, le note più piacevoli. Ingresso leggero a crescere, secco e fresco. Rimane li un bel pò, e si allunga piacevolmente. Bell’equilibrio in bocca. Davvero.
Voto_7.1

IGT Romangia – Tuderi – Tenute Dettori 2001

In questa Bottiglia c’è tutto.
La meraviglia dell’Isola, la forza del frutto, l’impegno e la bravura degli uomini, l’eleganza del velluto scuro a coste fini, il mare, il sole, il terreno dei sassi, delle spine, del maestrale e le stelle, in questa Bottiglia ci sono le stelle.
Credo di conoscere i Vini del sig. Paolo e di Alessandro, ho bevuto le loro creature da presto, educato fin da giovincello da Piero “il Maestro” Careddu, e continuo a farlo. Conosco la loro “linea” di Cannonau di Sennori, le loro caratteristiche ancestrali ed uniche. Tuderi, Tenores e Dettori (in ordine di anzianità d’impianto).
Lo dico subito, scansando tutto e tutti, questa è una Bottiglia definitiva.
Dentro questa riflessione c’è tutta la soggettività ed il disequilibrio di cui sono capace: sono sardo, amo ciecamente il vitigno in questione, sbavo ogni volta che vado da Alessandro a Badde Nigolosu e mi incanto dietro il sole che scompare dentro l’Asinara, adoro tutti i vini di Dettori, la loro forza, la sardità, il cemento, il riposo. Ma questa, per me, è stata una schioppettata in pieno petto. Definitiva perchè il tempo ha donato al Cannonau quell’eleganza che gli difetta, quella suadenza morbida e balsamica che non avevo mai trovato in nessun simile. A questo punto, solo l’idea che questo vino non abbia mai visto, nemmeno per un attimo, il legno, mi fa commuovere.
L’occhio
Io spesso professo la sincerità come unica via nei rapporti personali. Potrei dirvi che il vino ha uno spettacolare colore granata con riflessi corallo, oppure che si presenta splendidamente aranciato con riflessi rubini, che ancora farebbero pensare ad un’evoluzione possibile. La verità è che io il colore di questo bicchiere non ve lo so descrivere. Velato, poi limpido, poi melograno, ancora velato, poi rosa intenso, poi impenetrabile, poi cristallino, poi rosso sangue, poi scuro in fondo, poi luce dal fondo, poi l’arancia che rimane sul vetro … non ve lo so descrivere. Consistente e tanto, due trincee di aggrappo distanziate in verticale da un dito si formano sul bicchiere, archi che diventano cerchi, che si accavallano, che si concentrano, che tramano. Bello, bello, bello.
Il naso
Immaginate l’estate calda, 28 luglio sull’Isola, avete appena lasciato le bollenti scatole con le ruote, arrancate verso la spiaggia, le mani impegnate, ombrellone e sacca in una, nell’altra i teli, infradito, sentite già la sabbia calda sui piedi, c’è la duna, l’ultima salita e poi si aprirà ai vostri occhi quello spettacolo di azzurro, smeraldo e bianco. Il naso del Tuderi è questo, è quel momento che precede la spiaggia, è la salita, quella sensazione fresca e bollente; è l’attesa di vedere il mare.
Con forza misurata i frutti duri della macchia escono dritti e spiritati, il verde spinoso e grasso regala note fresche, piacevoli, balsamiche ed eleganti. Su tutto, riconosco un fico rosso, carnoso e maturo. Speziature travolgenti, avvolgono il naso spinte dall’alcol educato, non eccessivo. Pepe scuro, radice di liquirizia amara, ginepro fresco, nulla di tostato. Complesso è riduttivo, ma questo naso ha un’eleganza superiore, qualcosa che non ho mai “ascoltato” in altri cannonau in purezza.
La bocca
Il tempo. Ho cominciato da qua, e qua ritorno. Il tempo è parte quasi organolettica di questo Vino. Le durezze ora sono in perfetto equilibrio con la morbida alcolicità, il tannino è entusiasmante, giusto, perfetto, lungo e gentile. La bocca si riempie, si scalda ma senza pungere mai, ed i frutti ritornano, con una concentrazione sbalorditiva per qualità più che per intensità. La persistenza è assoluta, non calcolabile scientificamente.
In questa Bottiglia ci sono le stelle.
Buon 2011. Di Cuore.
Voto_9.6