Ci siamo, è la resa dei conti: 3 bicchieri Gambero Rosso, 5 bottigliette dell’Espresso, 91/100 da Parker, belle cose anche dalla Veronelli.
Con Sella&Mosca ho un rapporto piuttosto tiepido, non amo particolarmente i vini dell’azienda algherese, pur ammirandone il piglio imprenditoriale, la capacità di fare quantità qualitativa un poco sopra la media, l’ospitalità di cantina bella, figosa, accogliente e di charme. Li trovo sempre vini puliti, uguali, rigorosi, piatti. Due eccezioni: il torbato che della sua assoluta semplicità fa tesoro e l’Anghelu Ruju, nuragico ed epico rosso liquoroso.
E allora, davanti a questo bottiglione di Cabernet Sauvignon donato a cui di certo non si guarda in bocca, i pregiudizi cominciano a farsi esagerati, considerati gli unanimi plausi della critica sopra riportati, e rendono l’assaggio un poco teso. Lo ammetto.
Il colore è interessante, un carnoso rosso scuro, appena lucente ai bordi, l’unghia di smalto costoso e curato. Scala elegantissimo il vetro, senza sudare eccessivamente, compattandosi poi in archi lunghi, ampi, distesi. Il naso è potente, si ferma poco prima della soglia balsamica: il peperone è stato grigliato velocemente, qualche secondo per parte, che la buccia comincia appena ad arricciarsi. Poi spezie, sali e tabacchi in quantità esagerate, profumi ed essenze, unguenti di bellezza, parrebbe la perfetta colonna olfattiva per uno spot della Compagnia delle Indie. Un bicchiere senz’altro profumato, forse troppo profumato. Diventa semplice esclamare “epperò!” davanti a tutto questo volume, mai maleducato per la verità. La frutta c’è, si nasconde intimidita dietro questo sipario pesante e spesso, ed è rossa, spalmabile, poco pungente.
In bocca la morbidezza asfalta i tannini che, come ho letto nelle recenze di quelli più bravi di me, “si fanno fini“. Più che fini, direi che si genuflettono, sfiniti e piegati dalla untuosa concentrazione, fino a ricomparire, sofferenti, in deglutizione, come a ricordare la loro operaia ed onorevole esistenza. Il sorso è comunque pulitissimo, se vogliamo piacevole, leggermente appesantito dalla mancanza di un brivido fresco che ne avrebbe raddrizzato l’equilibrio, il frutto torna, finalmente accompagnato da quel piccolo spigolo che serve per dire: cabernet.
Ora, di vino non capisco molto, quel poco che credo di sapere riguarda i vini dell’Isola. Allora, con nessun tono polemico (???) mi chiedo: perchè? Perché Cabernet in purezza? Perché bevo un vino sardo che, nonostante ciò che leggo sulle “guide”, non ha nulla della Sardegna, non un frutto, non un cisto, non una roccia? Perché, in una terra dove il legno è sempre stato un incidente di vinificazione, se ne deve abusare? Perché premiare questa scelta?
Perché?
Voto_s.v.















