Come se la terra non avesse più importanza

Più il mio viaggio dentro le cose del vino si allunga, più conosco persone, pezzi di terra e bicchieri da svuotare. E più, questo viaggio, mi inquieta.

Più vai avanti, più le curve si fanno strette, spariscono i guard(i)a rail e ogni svolta diventa un respiro corto, trattenuto. Più ascolti le persone del vino, più ti avvicini a chi la terra la smuove e le mani le usa anche per non tastare i tasti, e più le curve aumentano, il respiro diventa trattenuto, a volte conato. La felicità diventa paura, a volte nausea. Perché viaggiare in questo modo dentro questo mondo vuol dire, come in ogni viaggio, prendere una direzione, una via. Fare una scelta. Vivere.

La strada che sto percorrendo io è quella delle persone che fanno il vino. Lo fanno con passione, tutte. In pochi ci vivono molto bene, la maggior parte ci vive con dignità, altri rischiano di non viverci. La strada che sto percorrendo io è quella che porta agli agricoltori che allevano vigne, che poi trasformano i grappoli in bottiglie. La mia strada mi porta verso i vignaioli. Ed è la strada.

Perché più la percorri, questa carraia scavata da ruote pesanti, spesso troppo pesanti, più parli con le persone che fanno il vino, più qualcosa ti preoccupa, ti spaventa, ti inguaia l’anima. Come se, proprio tu, dovessi trovare una soluzione, come se esplodesse un’urgenza di condivisione, una irrazionale e morettiana voglia di strattonare il prossimo e urlargli in faccia “non è così che deve andare, non hanno ragione tutti, non possono avere ragione tutti. Come fate a non capire? Hanno ragione solamente loro”.

La strada la percorro, curve, conati, nausea, per poter capire, per poter camminare, per poter trascinare con me le parole di Lino Maga e non essere mai, mai tra quelli che vivono e raccontano di vino “come se la terra non avesse più importanza“.

 

Eruzioni sintattiche di fine estate (ovvero della pericolosa dermatite intellettualoide)

 

Sono giorni nei quali ascolto tanto e scrivo poco, leggo intrecci verbali, polverizzare bytes. Amici, persone che parlano con naturalità di naturale, di agricoltura, di vino, di cucine stellate, di mercato, di futuro. Di tutto. Parlano ma non si ascoltano. A me così pare. Ma, mi chiedo e mi sono chiesto, c’è in questa terra, in quest’afa afosa, in questo paese scoraggiato, spento, viziato, imbolsito e affamato, ancora qualcuno che ascolta le parole altrui? Per poi, magari, anche cercare di capirle, di comprenderle?

Domada che volge con preoccupante velocità alla retorica più semplice, lo so. Ma io sono fermo qua, sono incagliato, sono in secca. Voglio capire e lo voglio fare in fretta.

Io, voi, gli altri, tutti, ci ascoltiamo vicendevolmente? Sono certo che ognuno di noi ascolta se stesso, e perlopiù si piace, si convince, è d’accordo con quasi tutto quello che si (riflessivo) dice.

Ma: le parole degli altri? Esatto, quelle che non ci piacciono, quelle che ci fanno inorridire, quelle che ci fanno riflettere ma che non vogliamo accettare, altrimenti poi … si deve riflettere. Le parole degli altri.

Perché il rischio, in fondo qualcosa più che un rischio, è quello di ascoltare esclusivamente le persone che usano le tue simili o, ancora peggio, identiche parole. Sentire quello che vuoi sentire: cosa c’è di più bello e grandioso? Ci combatto da una vita con l’egoismo intellettuale e intellettivo, con la chiusura, con i gruppi chiusi, con  l’associazionismo. Ma soprattutto combatto da una vita con chi non ascolta e non vuole ascoltare le parole degli altri. Con chi esclude, per appartenenza o per paura.

Da sempre, mi piace raccontare. Da quando, piccolissimo, mi raccontavo le storie, per giocare, per non essere solo, come tutti i figli unici sanno fare benissimo. Ero carabiniere e ladro, pilota e passeggero, rigorista e portiere. Da più grandicello, le storie, belle storie,  costruite con talento e perizia, le raccontavo agli altri: piccole e grandi bugie, per gioco, per esibizionismo adolescenziale, per un normale percorso di crescita. Ho imparato tanto, ma sempre e soltanto dalle persone che non credevano alle mie storie, perché le ascoltavano davvero e che, per questa ragione, mi esponevano alla responsabilità della verità, invece di fare spallucce e ridere di me appena svoltato l’angolo. Da queste persone, antipatiche, dure, dirette e corrette, ho imparato che la trasparenza è inevitabile, è naturale. E così, da adulto, ho imparato non solo a raccontare ma a vivere la realtà in un solo modo, con pochi filtri inerti e pochi fronzoli: scelta complicata, che mi è costata tanto e tanto credo mi costerà ancora. Ma è l’unico modo che so e che ho di raccontare. E vivere.

Così, anche oggi, anche ora, mi piace raccontare. Però. Quante volte le mie parole vengono ascoltate? E, esercizio ancora più funanbolico, capite? Per chi racconto? Per quale ragione, se poi non vengo ascoltato o compreso?

Sono fermo qua, sono incagliato, sono in secca. Voglio capire e lo voglio fare in fretta.

La Faradda è una discesa

img wikipedia.org

Oggi è il giorno della Festha Manna a Sassari, la festa grande. La Faradda di li Candareri è la discesa dei gremi, è il voto che si scioglie per la Madonna che dalla peste ci salvò, è la festa della gente, quella poca che vive ancora il centro storico della città. Ma poi è la festa di tutti i sassaresi, anche di quelli che sono partiti.

Gesti di fatica e felicità, dove il sacro si sporca di popolo, di battute pesanti, di risate che sguaiano, di birre gelide che finiscono, di fischi per chi amministra la città, di applausi per chi fa ballare i colossi di legno e colore.

Una festa grande.

Riflessioni profondamente estive

Sono giorni nei quali sono profondamente convinto di non essere capito. Oppure sono giorni nei quali sono profondamente convinto di non essere in grado di farmi capire. Oppure potrebbero essere giorni profondi e caldi, dove tutto ha un significato diverso da quello che appare. O magari questi potrebbero essere giorni profondi e caldi, dove in realtà tutto è, ma quasi tutto sembra, profondo e caldo.

Sono profondamente convinto che tutto abbia un significato: fa caldo.