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Le parole sono appese, come stracci

Per il sangue che hai perso, il vino pareggia – E. De Luca, Il giorno prima della felicità

Scrivere è un’esigenza, un’urgenza. Lo fai perché senti che lo devi fare. Chi dice “lo faccio solo per me stesso”, mente: non solo a se stesso.

Chiaro, guardare in faccia le proprie parole ha potere lenitivo, curativo, positivo. Comunque. È uno strappo, è uno scatto bruciante, è un freno di emergenza che sferraglia, è una voglia di raccontare eppure di tacere. Scrivere è un debito, un dovere con te stesso. Vuoi saldare, ma tardi, ripieghi, dilazioni. E il tempo diventa scusa, rimandare diventa abitudine. E poi non paghi più e gli interessi si sono fatti grossi. E c’è la Crisi.

Se scrivi lo fai per dire, per parlare, per provocare nell’altro un pensiero, una censura, una scintilla. Almeno una smorfia.

Un amico che disegnava appunti golosi, mi diceva “fermati finché sei in tempo, oppure non fermarti più”. Credo di essere in ritardo, in clamoroso ritardo per potermi fermare, l’istinto continua a battere i tasti, vocale e consonante, parole e assonanze, figure contorte o semplici, che aspettano solo di essere eseguite, che appaiono d’improvviso al posto del foglio bianco, dopo il cursore, quello che lampeggia, ansimante, impaziente.

Poi pensi alla fortuna che hai, che qualche volta riesci a raccontare le fatiche di chi fa il vino, magari fai interessare altre 10 gole ai tuoi stessi sorsi, e che magari la pensano come te, e sono felici, e sei felice.

Ma spesso, ormai troppo spesso, i pensieri si sporcano, le bozze si infittiscono, i racconti si interrompono nel mezzo, non finisci mai semplicemente per dover ricominciare. Sempre.

E le parole restano lassù, appese. Come stracci.

credits morillo