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L’Uomo di latta

Ad Emma Peel

Sempre il solito problema: un misterioso e inatteso pudore mi impedisce di scrivere di cose quotidiane, di quello che accade, di episodi normali di lavoro e vita, cose comuni, semplici. La quotidianità. Ma lo so che per altri, per molti, quelle cose, quelle quotidianità vogliono essere lette come racconti, come storie, come incanti.
Rimango schiacciato allora, tra un “cazzo scrivi, cosa c’è da scrivere, è solo lavoro” ed un “ma perché non scrivi più? Perché queste cose non le racconti? Devi raccontarle!”.

Vabbè.

Ma ieri. Ieri ho sentito il bisogno di correre in macchina per prendere la Canon più mal ridotta dell’Isola e scattare. Ieri sembrava di stare nel regno di Oz, ieri ho lavorato insieme all’Uomo di latta.

Perciò fanculo al pudore, fanculo ai dubbi e alle remore e fanculo pure all’Uomo di latta che intanto lo so, lo so benissimo che queste parole non vorrà leggerle e che si incazzerà. Anche se poi gli piaceranno.
“C’è da dare il 500K. Vieni su alle 13”. Ogni fottuto (ex)enogeek come me, a sentire queste parole, si scioglie in ebrezza e felicità. La terra, i preparati, la vigna. Poi sono giornate di sole alto e forte qua sull’Isola. Bello.
Si arriva, si scioglie, si scuote in vortice l’acqua che si colora di scuro. E poi le latte da indossare, quelle di rame.
Badde Nigolosu non conosce la pianura. Semplicemente non esiste. È sempre una salita, oppure è comunque sempre una discesa. Dipende.
Non c’è niente di romantico, di magico, di esoterico, di fantasmagorico. In quello che ho visto non c’è estremismo, polemica, facile dialettica, non ci sono camicie a quadri, non ci sono definizioni, convenzioni o categorie.
C’è solo lavoro fatto con una bellezza faticosa e profonda, quasi estetica se possibile.
Armeggiare quegli affari di rame è una maledizione: cammini e sprofondi nella terra lavorata e tenera, le cinghie, quando parti, ti segnano le spalle, con la mano destra devi muovere sempre la lancia, destra sinistra destra sinistra, che devi toccare due filari per parte, e con la mano sinistra devi andare sempre su e giù, per pompare quel maledetto preparato, per non fermarti. Perché se ti fermi è peggio.
Osservo l’Uomo di latta andare su e giù per la vallata veloce come un cinghiale. Intuisco la sua posizione solo dagli sbuffi che si alzano tra i filari. Luccica di fatica.
Tocca a me. Mi ero limitato, fino a quel punto, a preparare gli zaini, a seguire la dinamizzazione, ad osservare in un acciacco di ammirazione e preoccupazione, il lavoro altrui. Tocca a me, cazzo. Metto lo zaino e comincio. Il pensiero è andato veloce a tutte le cose che avevo scritto, a noi che sentiamo “il geranio vecchio” stando 12 minuti con il naso nel bicchiere, ai terziari, secondari e primari, alle puzze che dici “certo che un po’ più di pulizia nel bicchiere, diamine”, all’esame dato con Maietta, alle serate passate a decidere se è “paglierino riflessi verdi o verdastri?” o se il legno così tostato “non ci piace”, alle superficiali rinunce all’acquisto perché un vino “no, dai, non può costare così”. Sprofondavo nelle zolle, arrancavo tra i tralci, non sentivo più il braccio sinistro e pensavo: “non ho davvero capito un cazzo io. Sono uno stronzo”.
Alla fine della prima salita, rivalutavo enormemente la potenza della tecnologia, la grandezza del progresso, l’uomo come entità intelligente e superiore.  Al secondo filare sospiravo, o meglio rantolavo: “ah, l’agronomia, che materia concreta e affascinante”. Al terzo ingresso vaneggiavo inneggiando alla chimica, alla validità di ogni trattamento sistemico e pensavo a come fosse fottutamente bello diserbare come se non ci fosse un domani. Visioni cottarelliane mi apparivano in fondo al filare.
La tanica è finita. L’Uomo di latta mi guarda come si guardano le carcasse sull’asfalto: un mix emotivo di tenerezza, pietà, disgusto e “peggio per te che hai attraversato la strada di notte, idiota di un animale”. Splatter, puro sguardo splatter.
Le vigne aspettano, il tempo e gli ettari scorrono. Il sole non è più alto. Fa buio.
“Continua a preparare, facciamo l’ultima” “Ma è buio!” “Si vede benissimo. C’è la luna piena, è una figata.”
E così osservo scomparire nel buio, tra i filari, l’Uomo di latta. Luccica di fatica.

Buone feste. A tutti.