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Ma il cielo è (davvero) sempre più blu

balai

“Chi trova scontato, chi come ha trovato” (R.G.)

Agosto, pausa. Per me la pausa è scrivere, è ritrovare quel rapporto di Amore sintattico con la tastiera. Ognuno ha le sue pigre perversioni, questa è la mia.

Bello questo tempo, con le stelle sparate e la luna gigante. Bello sentire, nuovamente presente e costante, il sottofondo ondoso, questo mediterraneo padre, dentro la mia Isola grande, grandissima. Le cose, viste da qua, sono sempre diverse. Ne ho fatto una ragione di vita quella di raccontare la condizione di isolano, di sardo: ho annoiato tutti, anche gli amici più pazienti. Eppure non mi stanco mai di fare da interprete, di trovare il modo di porre all’attenzione di tutti come sia diverso il mondo visto da qua.

Agosto, pausa. Vuol dire musica, che per me è rifugio, non è quasi mai novità. La novità passa, la musica resta. Ascoltare Gaetano a volume intenso e basso e pensare a come nulla sia scontato, neanche questo cielo, neanche queste parole.

Agosto, pausa. C’è da costruire un cielo sempre più blu.

Dopo il mare, viene il porto

Fino a che non ci si impegna

c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia.

Riguardo ad ogni atto di iniziativa e creazione,

c’è solo una verità elementare,

ignorare la quale

uccide innumerevoli idee

e splendidi piani.

Nel momento in cui

ci si compromette definitivamente

anche la provvidenza si muove.

Ogni sorta di cose intervengono in aiuto,

cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.

Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione,

facendo sorgere a nostro favore

ogni tipo di incidenti e di imprevisti,

di incontri e di assistenza materiale,

che nessuno avrebbe sognato potessero avvenire in questo modo.

Qualsiasi cosa tu possa fare,

o sognare di poter fare,

incominciala.

Il coraggio ha in sé il genio,

il potere e la magia.

Inizia ora!

John Anster dal Faust di Goethe

 

Anster non era esattamente un esempio di rettitudine e armonica felicità: era un emarginato, un tossicodipendente, un fottuto genio. Tradusse il Faust, e lo fece in modo incandescente, meraviglioso: tutto quello che non era stato, tutta l’iniziativa e la forza di cui non era stato capace, la gettò in quelle righe, così moderne, così contemporanee, così, ancora una volta, incomprese dai suoi stessi amici.

Il coraggio ha in sé il genio. Il coraggio di fare le scelte.

È cosi, è inevitabile: il viaggio sul bastimento può essere stato cauto o avventuroso, veloce come una notte o lungo come l’impazienza, ma dopo il mare, viene sempre il porto. Se non fosse così, non lo si dovrebbe chiamare viaggio, ma vita galleggiante, a rischio perenne di naufragio.

Da isolano dell’Isola, ho sempre tenuto a mente l’importanza del porto, la sua perfetta presenza, la sua immutevole distanza e la mia scarsa autonomia.

Ora è venuto il momento di rientrare in porto, di bolina scarsa, beccheggiando, ma comunque serenamente. Torno sull’Isola dove sono nato, ci ritorno carico di esperienza, di amicizie continentali, di confronti colorati e panorami diversi.

Torno a casa grazie a tre fondamentali atti di coraggio. Il primo, il più importante, è che gli occhi verdi più belli e continentali che abbia mai avuto la fortuna di vedere mi seguiranno: senza questa presenza coraggiosa, senza l’Amore, nulla sarebbe stato possibile. Il secondo atto è legato alla fiducia, perché si, anche oggi c’è stato e c’è chi crede ancora nelle persone, nel loro valore più nascosto e umano, c’è ancora chi crede che la persona venga prima di altri elementi. Senza il coraggio di quel contadino autentico e sincero che è Alessandro e senza la sua famiglia, il mio porto non lo avrei potuto rivedere. Il terzo atto di coraggio è il mio, ed è quello che rivolgo verso la mia terra, la mia Isola, la mia Sardegna: perché credo fortemente e follemente nella possibilità di un’Isola più forte, più vera, più sarda, un’Isola di popolo e non solo di genti; voglio investire la mia vita nell’idea di un turismo più consapevole, dove il mare è cornice e la terra, con i suoi elementi, la tela da ammirare, dove le persone, le storie, le idee intrecciate siano ingredienti di ospitalità sana, semplice, splendidamente sarda.

Non posso ringraziare nessuno, ma voglio, anzi devo ringraziare tutti.

Grazie.

A kent’annos!

Discorsi concreti

Quando ho cominciato a bere, non lo ricordo con esattezza. Quando ho cominciato a capirci qualcosa di vino nemmeno, anche se ho il clamoroso sospetto che quel momento non arriverà mai. Quello che invece ho stampato molto bene nella memoria analogica e digitale è il momento esatto in cui ho realizzato cosa vuol dire avere passione per il proprio lavoro, la propria terra, il proprio vino. Quando Luca e Alessandro si parlavano, quando lo zolfo ed il rame diventavano quantità dialettiche più che fisiche, quando il Veneto e la Sardegna cercavano testardamente di incontrarsi facendo leva sulle differenze, quando ho visto una persona chiedere e l’altra ascoltare, pensare e rispondere. Quel momento non lo dimentico, quel momento è concreto.

Doc Carignano del Sulcis Superiore “Terre Brune” – Santadi 2002

Il Carignano dello splendido Sulcis è un vitigno terribilmente affascinante, come la terra che lo accoglie. Sembra soffrire il bollore di quella terraccia rossa d’argilla, invece rende, produce frutta e lo fa da secoli. Santadi, una cantina sociale sui generis, ha ancora qualche ettaro di alberelli a piede franco e li utilizza per bene.

Il Terre Brune è certamente uno dei pochi vini sardi che si è “affermato”, riconosciuto come rosso di razza e di stazza, le ragioni sono tante, spesse e variegate. Tra queste: la qualità, ineccepibile, costantemente replicata (in senso buono) .

Il rosso è già granato, luminoso di vita sommersa. Bel colore, di sostanza elegante e persuasiva, un rosso dai toni importanti, poco da aggiungere. Il naso ha una bella caratterizzazione mediterranea, macchia evoluta, poco balsamica, scura. La botte ha irrobustito le trame legnose di un vitigno già di per sè opulento, addomesticandone il naso, ingentilito di note dolciastre comunque profumate d’Isola, non del tutto stonate. Spicca, sul finale, un frutto rosso maturo, profumato di cannella, sorprendente  soprattutto per un apostrofo deciso e severo.

Il sorso è certamente spesso, importante, compatto. Le note di macchia tornano vigorose, scaldano il palato, esaltano un tannino sottile ma centrato, piacevole, elegante. Un bicchiere severo, poco conforme all’esplosiva solarità del Sulcis, da affrontare con uno spirito più sabaudo che insulare.

Voto_7.9