Poi, alla fine, quello che importa, che segna, è semplice. L’azzurro. Il Blu. L’Isola.
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La Faradda è una discesa
Oggi è il giorno della Festha Manna a Sassari, la festa grande. La Faradda di li Candareri è la discesa dei gremi, è il voto che si scioglie per la Madonna che dalla peste ci salvò, è la festa della gente, quella poca che vive ancora il centro storico della città. Ma poi è la festa di tutti i sassaresi, anche di quelli che sono partiti.
Gesti di fatica e felicità, dove il sacro si sporca di popolo, di battute pesanti, di risate che sguaiano, di birre gelide che finiscono, di fischi per chi amministra la città, di applausi per chi fa ballare i colossi di legno e colore.
Una festa grande.
Terroirvino. Punto.
C’è sempre un’occasione, una festa che aspetti, che sai che comunque vada, tu sarai felice. Per me quel momento è Terroirvino, per ragioni talmente semplici da essere inequivocabilmente splendide: gli amici ed il vino.
Quest’anno poi potrò condividere con un manipolo di incoscienti e coraggiosi qualche idea che mi sono fatto su un vitigno che amo perdutamente, il Vermentino. Cinque storie, cinque bottiglie, cinque interpretazioni, tutte, va senza dire, dell’Isola dove son nato.
Non posso, non voglio desiderare altro. Almeno fino a lunedì.
Doc Carignano del Sulcis Superiore “Terre Brune” – Santadi 2002
Il Carignano dello splendido Sulcis è un vitigno terribilmente affascinante, come la terra che lo accoglie. Sembra soffrire il bollore di quella terraccia rossa d’argilla, invece rende, produce frutta e lo fa da secoli. Santadi, una cantina sociale sui generis, ha ancora qualche ettaro di alberelli a piede franco e li utilizza per bene.
Il Terre Brune è certamente uno dei pochi vini sardi che si è “affermato”, riconosciuto come rosso di razza e di stazza, le ragioni sono tante, spesse e variegate. Tra queste: la qualità, ineccepibile, costantemente replicata (in senso buono) .
Il rosso è già granato, luminoso di vita sommersa. Bel colore, di sostanza elegante e persuasiva, un rosso dai toni importanti, poco da aggiungere. Il naso ha una bella caratterizzazione mediterranea, macchia evoluta, poco balsamica, scura. La botte ha irrobustito le trame legnose di un vitigno già di per sè opulento, addomesticandone il naso, ingentilito di note dolciastre comunque profumate d’Isola, non del tutto stonate. Spicca, sul finale, un frutto rosso maturo, profumato di cannella, sorprendente soprattutto per un apostrofo deciso e severo.
Il sorso è certamente spesso, importante, compatto. Le note di macchia tornano vigorose, scaldano il palato, esaltano un tannino sottile ma centrato, piacevole, elegante. Un bicchiere severo, poco conforme all’esplosiva solarità del Sulcis, da affrontare con uno spirito più sabaudo che insulare.
Voto_7.9
L’apprendista
Poche righe per informare i dodici meravigliosi lettori dei miei (eno)deliri che per la prossima settimana i lavori di sorseggiatura con relativa scrittura verranno sospesi. Trattasi infatti di un periodo di apprendistato operativo sul campo: in quel paradiso infernale che è il Vinitaly ho trovato modo, grazie alla vicendevole pazzia intrisa d’amicizia che mi accomuna ad un produttore isolano, di insediarmi dall’altra parte della barricata. Sarò sbicchieratore e sversatore al Vivit (1° piano del Palaexpo) e mi troverete appassionatamente appollaiato alla postazione n.44, a raccontare, indegnamente, i vini di Alessandro e Paolo Dettori. Vini di vignaioli, vini dell’Isola.
Doc Vermentino di Sardegna – Mattariga – Chessa 2010
Bell’esempio di Vermentino del Coros, di quella parte dell’Isola che mi è più vicina per indole geo-natale (non leggete male, mi raccomando). Chessa fa parte di quei produttori usinesi che rappresentano perfettamente l’ascesa qualitativa di questo territorio che, per amore, abitudine e rispetto, giudico davvero convincente dal punto di vista vitivinicolo.
Il Mattariga è un bel Vermentino, inoltre il ’10 l’ho trovato molto più tonico dei suoi stagionali predecessori, normalmente più maturi e carichi, a discapito dell’equilibrio citrico che è caratteristica specifica dei vermentini usinesi (v. Fiori e Tore Cherchi, ma anche Carpante).
Il giallo è come sempre intenso, luce a grani, a secchi, a fiotte, a fasci. Un bel girare consistente, mi incanto a guardare il bicchiere, qualche piega di verde, ma poca roba. Il naso è dritto, spinge subito il sale profumato, intenso, poi il frutto tipico per la mia memoria, ma complesso da raccontare: la limuninca, una piccola susina gialla, dolce e aspra, polputa e asciutta, dalla buccia spessa. Il profumo è netto, chiaro, irrevocabile. Poi ancora mineralità sfumata, più elegante, terrosa, appena fasciata da un verde caldo, grasso e spinoso.
In bocca è una lama arrotondata, piacevolissima, meno pieno di come lo ricordavo, aspetto che soccorre la bevibilità e, in un certo senso, regala eleganza ad un bicchiere che normalmente si ricordava più per la emozionante potenza alcolica che per l’equilibrio generale. Bel bicchiere, senz’altro.
Voto_7.8













