“L’Arte è, soprattutto, salvezza”.
Maria Lai, 2007
Babele, la condanna perfetta
Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro possibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. (Gen. 11, 1-9)
Dopo una lunga riflessione sono (quasi) certo di non essere in preda al delirio mistico.
Sono inscatolato dentro una delle macchine volanti a basso costo e stretto spazio, sto leggendo le parole dell’attuale assessore al Turismo della Regione Sicilia. Quest’uomo, che considero inestimabile, oltre a raccontare le solite, ottime cose, chiude citando la Torre di Babele, simbolo del momento italico. “Babele è una condanna” dice, altro che simbolo del multilinguismo.
Rimango inchiodato alla strettissima poltrona volante. Il mio vicino sonnecchia e sbalza. Io sbalzo e basta. “Babele è una condanna” rimbomba come i motori, fischia resistente come un flap aperto. Nessuna corpulenta e turchesissima hostess che cerca di vendermi improbabili gratta e vinci riesce a scrollarmi dalla testa questa idea: siamo condannati a non capirci.
Una volta al suolo, cerco bytes biblici e trovo conferma: Dio o chi per lui (cit.) ci ha condannato all’incomprensione reciproca.
Adesso mi spiego perchè sono mesi, forse anni, che non ci capisco più nulla: parliamo la stessa lingua, probabilmente vogliamo tutti le stesse cose, ma non sappiamo come dircelo, non siamo capaci di comprendere, siamo confusi. Naturali, convenzionali, puzze e profumi, complessità e semplicità, cambiamenti e caste, grilli e stelle. Tutto si mischia, tutto ha un senso, ma nessuno può capirlo.
Che invenzione questa Babele, che condanna perfetta.
Le parole sono appese, come stracci
Per il sangue che hai perso, il vino pareggia - E. De Luca, Il giorno prima della felicità
Scrivere è un’esigenza, un’urgenza. Lo fai perché senti che lo devi fare. Chi dice “lo faccio solo per me stesso”, mente: non solo a se stesso.
Chiaro, guardare in faccia le proprie parole ha potere lenitivo, curativo, positivo. Comunque. È uno strappo, è uno scatto bruciante, è un freno di emergenza che sferraglia, è una voglia di raccontare eppure di tacere. Scrivere è un debito, un dovere con te stesso. Vuoi saldare, ma tardi, ripieghi, dilazioni. E il tempo diventa scusa, rimandare diventa abitudine. E poi non paghi più e gli interessi si sono fatti grossi. E c’è la Crisi.
Se scrivi lo fai per dire, per parlare, per provocare nell’altro un pensiero, una censura, una scintilla. Almeno una smorfia.
Un amico che disegnava appunti golosi, mi diceva “fermati finché sei in tempo, oppure non fermarti più”. Credo di essere in ritardo, in clamoroso ritardo per potermi fermare, l’istinto continua a battere i tasti, vocale e consonante, parole e assonanze, figure contorte o semplici, che aspettano solo di essere eseguite, che appaiono d’improvviso al posto del foglio bianco, dopo il cursore, quello che lampeggia, ansimante, impaziente.
Poi pensi alla fortuna che hai, che qualche volta riesci a raccontare le fatiche di chi fa il vino, magari fai interessare altre 10 gole ai tuoi stessi sorsi, e che magari la pensano come te, e sono felici, e sei felice.
Ma spesso, ormai troppo spesso, i pensieri si sporcano, le bozze si infittiscono, i racconti si interrompono nel mezzo, non finisci mai semplicemente per dover ricominciare. Sempre.
E le parole restano lassù, appese. Come stracci.
credits morilloDop Sangiovese di Romagna Sup. – Castrum Castrocari – Marta Valpiani 2009 – parte seconda
Come da categoriche istruzioni ricevute, eccomi a stappare la seconda boccia del Sangiovese Superiore Castrum Castrocari, il vino di Elisa Mazzavillani.
Bell’idea quella di Elisa: l’assaggio distante appena sei mesi rivela l’evoluzione a breve della bottiglia, fattore che ho sperimentato rare e casuali volte.
Il bicchiere non è cambiato nel colore, non si è ispessito, piuttosto è nei profumi che i mesi hanno agito con tenacia: più volume, più ampiezza di tutte le componenti fruttose, una educatissima trasparenza di tabacco fine, fresco, un’evoluzione gentilissima e ancora bellamente futuribile insomma.
Le differenze più marcate interessano il sorso, che si fa molto più composto e centrato, fresco e pieno, goloso eppure semplicemente bevibile. Quella nota amara così stonata appena sei mesi fa, si è fatta bella, è diventata chiusura elegante, quasi personale. Il caldo si è placato, l’equilibrio ha coperto le eccessive morbidezze “estive”, il sorso scorre con più efficacia, più stile, più soddisfazione.
Il tempo ha aiutato questo Sangiovese a diventare bello e, con molte probabilità, lo aiuterà ancora.
Come se la terra non avesse più importanza
Più il mio viaggio dentro le cose del vino si allunga, più conosco persone, pezzi di terra e bicchieri da svuotare. E più, questo viaggio, mi inquieta.
Più vai avanti, più le curve si fanno strette, spariscono i guard(i)a rail e ogni svolta diventa un respiro corto, trattenuto. Più ascolti le persone del vino, più ti avvicini a chi la terra la smuove e le mani le usa anche per non tastare i tasti, e più le curve aumentano, il respiro diventa trattenuto, a volte conato. La felicità diventa paura, a volte nausea. Perché viaggiare in questo modo dentro questo mondo vuol dire, come in ogni viaggio, prendere una direzione, una via. Fare una scelta. Vivere.
La strada che sto percorrendo io è quella delle persone che fanno il vino. Lo fanno con passione, tutte. In pochi ci vivono molto bene, la maggior parte ci vive con dignità, altri rischiano di non viverci. La strada che sto percorrendo io è quella che porta agli agricoltori che allevano vigne, che poi trasformano i grappoli in bottiglie. La mia strada mi porta verso i vignaioli. Ed è la strada.
Perché più la percorri, questa carraia scavata da ruote pesanti, spesso troppo pesanti, più parli con le persone che fanno il vino, più qualcosa ti preoccupa, ti spaventa, ti inguaia l’anima. Come se, proprio tu, dovessi trovare una soluzione, come se esplodesse un’urgenza di condivisione, una irrazionale e morettiana voglia di strattonare il prossimo e urlargli in faccia “non è così che deve andare, non hanno ragione tutti, non possono avere ragione tutti. Come fate a non capire? Hanno ragione solamente loro”.
La strada la percorro, curve, conati, nausea, per poter capire, per poter camminare, per poter trascinare con me le parole di Lino Maga e non essere mai, mai tra quelli che vivono e raccontano di vino “come se la terra non avesse più importanza“.














